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Recensioni


Massimo Bonifazio

LA SVIZZERA DELLE VOCI NARRANTI

Che la Svizzera tedesca abbia una sua letteratura contemporanea, fatta di autori viventi, è una cosa che il pubblico internazionale sembra percepire a stento: gli scrittori svizzeri o sono morti, o vengono ricondotti ad Heidi - anche se c'è da dubitare che alla platea dei teleutenti sia noto il nome di Johanna Spiri, grande mito del consenso autocelebrativo di una Svizzera dai prischi valori e per certi versi già in area Blut und Boden, sangue e suolo, anche tramite la figura della deliziosa bambina-in-alpeggio -, oppure vengono incasellati sotto la voce: tedesco, nel senso della nazionalità, non in quello della lingua. Certo, l'esistenza o meno di una specificità svizzera (così come di una austriaca) all'interno della produzione letteraria di lingua tedesca è una vexata quaestio della quale non si viene a capo; ma agli addetti ai lavori resta pur sempre un dubbio, una curiosità - o forse un semplice desiderio di catalogazione.
Questo mancato riconoscimento nazionale non è certo un danno, commentava domenica Peter Stamm durante un incontro alla Fiera del Libro diTorino, dal titolo "Autori Svizzeri in Italia", se consente ad un autore di non essere percepito come scrittore legato ad una nazionalità, con tutti gli stereotipi che questo può comportare, ma unicamente come scrittore, come è capitato a lui durante le trattative con l'editore Neri Pozza per il suo ultimo romanzo, Una vita incerta (Neri Pozza, 2002, trad. di Francesca Gimelli. Va notato che nella discussione è emerso come il romanzo sia approdato in Italia tramite la versione inglese, e questo la dice lunga sulla considerazione di certe letterature nel nostro paese). Romanzo molto lontano dalla Svizzera, ambientato nel "paesaggio incerto" - questo il titolo originale - di una Norvegia settentrionale esposta alle sterminate notti artiche, dove luce e buio si confondono, dove la neve copre ogni differenza; paesaggio che si riflette nella vita della protagonista, Kathrine, ugualmente indefinita e priva di confini certi. La donna lavora alla dogana del suo villaggio vicino al confine russo; quando scopre che il suo secondo marito le racconta delle bugie - piccole, inutili, e quindi tanto più inquietanti e dolorose - scappa "sotto il circolo polare artico", che nei suoi 28 anni non aveva mai oltrepassato. A Parigi e nelle altre città che visita non riesce a trovare quella nettezza di contorni che si aspettava; nulla nei rapporti umani è molto differente da quello che accade nel suo Nord; la desolazione appare essere la cifra comune dell'interiorità umana. Lo stile è teso, fatto di scarne annotazioni che rasentano il banale, o meglio: che giocano intorno alla banalità della vita di Kathrine alla ricerca di un senso che lei non riesce a trovare, o che forse nemmeno cerca, come quell'insistere sul piacere di ritrovare nelle stanze d'albergo superfici di plastica, "piacevoli, pratiche, facili da pulire": una modernità asettica che richiama i grattacieli di Chicago di Agnes, (Neri Pozza, 1999) e i rapporti labili fra i due protagonisti.
Una vita incerta è stato pubblicato in Italia proprio in occasione della Fiera del Libro, così come Signorina Stark (Marcos y Marcos, trad. di Emilio Picco), l'ultima opera di Thomas Hürlimann, pure presente all'incontro di cui si diceva poc'anzi. Una novella - nome misteriosamente poco amato in Italia, che tende a scomparire anche dove negli originali è esplicitamente citato sotto il titolo -, ambientata nel convento di San Gallo, custode di inestimabili tesori librari, il cui bibliotecario, negli anni '60, ospita per un'estate la voce narrante, ossia il nipote adolescente. A questi affida il compito di rivestire le scarpe dei visitatori di pattine di feltro, atte a proteggere il settecentesco parquet della biblioteca. Nell'esercizio delle sue funzioni il ragazzo scopre la fascinazione delle gambe femminili, che la perpetua dello zio, la signorina Stark del titolo, si affretta ad ascrivere agli "atti impuri" del sesto comandamento e all'appartenenza del ragazzo alla schiatta dei Katz, che si rivelano essere ebrei convertiti da un paio di generazioni. Il tutto è narrato con una levità ed un'ironia impagabili, fra le dotte citazioni latine dello zio bibliotecario, i mugugni della Stark e le riflessioni kantiano-masturbatorie del ragazzo, ma ha suscitato parecchie polemiche in Svizzera, dove Hürlimann è stato definito Nestbeschmutzer, "insozzatore del proprio nido" per aver accennato all'antisemitismo strisciante di larga parte della cultura, in special modo cattolica, degli anni '60, con il suo bagaglio di stereotipi, fra i quali l'esuberanza sessuale degli ebrei, fonte di profonda preoccupazione per la perpetua devota alla Madonna (e ai cicchetti). Che la sfera del sessuale fosse (sia?) così profondamente rimossa nel cattolicesimo da non poter far altro che riemergere nell'altro, ad esempio nell'ebreo?

il manifesto 21.5.2002


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