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Recensioni


Anna Chiarloni


Kathrin Schmidt, A nord dei ricordi, ed.orig. 1998, trad. dal ted.e note di Anna Ruchat, pp.424 Einaudi, Torino 2001, Lit.32.000.

Forte e inconsueta questa coppia di donne protagoniste. Siamo nella Ddr del 1976, a ridosso dell’espulsione di Wolf Biermann. Therese è una bisnonna che insegue i sogni come cirri, li acciuffa per un lembo e li porta alla luce della memoria. Il sogno diventa allora “un animale dal sangue caldo, che trema all’idea di essere scoperto”. Accanto a lei la nipote Josepha, giovane tipografa incinta. Di mezzo due generazioni disastrate dalla guerra e dalla divisione della Germania. Ancora un romanzo sul tema inesauribile del passato tedesco? Solo in minima parte. Anche se i ricordi di Therese arretrano fino alla prima grande guerra, questo non è un libro centrato sui riferimenti storici consueti, è semmai il Novecento riscritto lungo una genealogia femminile. Perché il nascituro, pur in assenza di padre, un angolano subito estromesso dal racconto, ha diritto a una storia di famiglia, meglio se rivista da uno sguardo materno. Ecco allora le due donne che la sera, munite di cognac e cibarie, partono per un viaggio fantastico verso nord – la Gunnar-Lennefsen-Expedition del titolo originale. Il registro adottato da Kathrin Schmidt è il grottesco visionario, gli ascendenti letterari sono espliciti: Irmtraud Morgner e Günter Grass. Proprio come nel Rombo (1979 ), il tempo del romanzo copre nove mesi della gravidanza di Josepha, svolgendo la matassa narrativa in un’ alternanza di spedizioni nella memoria del passato e di ironici prelievi da una quotidianità Ddr, osservata con sardonico disincanto.

E’ sintomatico che fin dalle prime pagine l’ambiente dominante sia quello domestico della cucina. Ricette, cibi, panni, vapori di lavanderia, è di qui che procede la prosa della giovane scrittrice, nata a Gotha nel 1958.

Un ricordo personale: nota per le sue raccolte di versi, avevo cercato la Schmidt dopo il crollo del muro per inserirla in un’antologia di poesia contemporanea. Mi sommerse al telefono un frastuono di voci infantili, quelle dei suoi cinque figli. Negli inediti, poi pubblicati, comparivano militi ignoti che disertano i sepolcri per tornare “nelle madri”, angeli irridenti e “odorosi di creato” (Grenzfallgedichte, Aufbau 1991). Ora, tracce di quell’aura amniotica e visionaria sono ben reperibili anche nel romanzo, percorso o meglio sorvolato da spiriti e dee di varia natura. Più marcato e provocatorio appare però l’impianto femminista, per certi versi contiguo all’ultimo romanzo della Morgner, Amanda. Ein Hexenroman (1983).

Anarchica e densa di una perizia femminile la scrittura della Schmidt, mirabilmente resa da Anna Ruchat, mette al centro la sovrana e desiderante naturalezza della donna. Nell’economia del romanzo l’elemento maschile è marginale ma non per questo meno ambito per la pace dei sensi, anche dalle bisnonne, come insegna Therese. C’è un continuo scorrere di sangue e piacere. Ma lui resta accessorio, sicché lo si coglie spesso con “l’erogatore” alzato a bandiera, in paziente attesa che lei , di solito in ciabatte tra letto e cucina gli conceda il suo “vulcano”. Analogamente a Grass, Kathrin Schmidt interpreta le attività erotiche come festose figure della restituzione e del ritorno. Ma dagli anni del Tamburo di latta i tempi sono cambiati: per Oskar c’era ancora la Casciubia a designare la meta ultima del nostos, per Josepha invece il nostos sembra risiedere ormai esclusivamente nel corpo. In un’ampia recensione plaudente apparsa sulla compassatissima “Die Zeit” Iris Radisch ha definito il libro “un grottesco uterino messo in scena con splendido garbo”. La novità (post-ideologica) sta appunto qui, nella capacità divertita di assegnare al bios femminile, inteso come desiderio erotico e riproduttivo, una funzione di coordinamento narrativo. Il coito diventa insomma, sia per la bisnonna che per Josepha il segno autentico delle libere, e spesso comiche, relazioni umane. Certo, un impianto del genere non regge un respiro narrativo di oltre quattrocento pagine, e la Schmidt cerca di rimediare con una barocca proliferazione di storie laterali, corredate – soccorso necessario! - da un minuzioso elenco dei personaggi. Ma il romanzo vive e sopravvive proprio grazie a quella celebrazione dell’elemento creaturale che come un pizzicato continuo richiama il lettore a un ordine naturale del mondo, placidamente ignaro di ogni costruzione ideologica.

Anna Chiarloni


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