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Recensioni


Massimo Bonifazio

DALLA DDR AL REVOLVER

La criminalità è forse un rischio interno alla democrazia? Viene in mente Gadda, il povero commissario Ingravallo che sente sul collo il fiato del "testadimorto" pelato: nella propaganda dei regimi totalitari la criminalità è un fenomeno inesistente, i ‹piccoli padri› vegliano sulla sicurezza dei cittadini… Non così nelle democrazie; il maggiore potenziale di libertà crea anfratti in cui si insediano forze non sociali, o sociali in modi diversi e contrastanti rispetto agli stati e alle società costituite - vale a dire: fondate su costituzioni. Dall'isolamento dello sbandato alle regole precise della società mafiosa, il sistema-legge che regola la convivenza umana - nella sua pretesa di onnicomprensività - si trova di fronte ad una serie di sistemi esterni, che non tengono conto delle sue regole e agiscono in base a leggi altre, spesso ferocemente contrastanti con le sue. Il sistema-legge dovrebbe, fra le altre cose, proteggere la società e gli individui dalle sperequazioni che derivano dalla regola dell'homo homini lupus, o perlomeno ristabilire la giustizia; ma, com'è noto, non sempre vi riesce.
Nel suo discorso tenuto in occasione del conferimento del Solothurner Preis, nel luglio 2000, Christoph Hein riflette sulle differenze nelle mentalità europea e statunitense, in materia di sponsorizzazioni artistiche, e per far questo cita un'affermazione di una lettrice della rivista americana Harper's, in una lettera al giornale: "La mia Smith & Wesson mi protegge meglio della costituzione". Viene a galla il mito del selfmademan, centrale nella mentalità statunitense, quel misto di sicurezza di sé, profumo di successo e orgoglio delle radici (della mancanza di radici, in un certo senso) che confina con il delirio individualista, "un atteggiamento - per ora - a noi estraneo", dice Hein nel suo discorso. Ma in quel "per ora" è racchiusa buona parte del suo ultimo romanzo, Willenbrock (traduzione di Maria Anna Massimello, ed. e/o, pp. 276, £ 32.000, € 16,52). Bernd Willenbrock è appunto un selfmademan: ingegnere ai tempi della DDR, non si fa spaventare dal crollo del muro e delle calorose certezze tedesco-orientali, e con il commercio di auto usate con l'Europa orientale - nemmeno troppo spregiudicato - riesce ad acquisire una certa ricchezza. All'inizio del romanzo (siamo intorno al 1997) il lettore si trova di fronte ad un uomo ben integrato nella mentalità occidentale, sicuro di sé e delle proprie risorse, senza alcuna ombra di Ostalgie, di nostalgia per i bei vecchi tempi del socialismo reale. Le sue frequenti scappatelle, nonostante la deliziosa mogliettina, testimoniano che Willenbrock è dotato anche di fascino virile. L'aura di sicurezza che risplende intorno al protagonista nel primo capitolo si appanna a poco a poco; è una sorta di cerchio che si chiude intorno a lui, fatti marginali che scatenano in lui un processo erosione interiore. Vengono rubate alcune delle sue auto; il guardiano notturno che assume per proteggere l'automercato viene assalito, il suo cane ucciso; l'assicurazione lo accusa in maniera velata di truffa; Willenbrock e la moglie vengono violentemente aggrediti nella loro casa di campagna da due slavi, che la polizia si limita ad accompagnare al confine; il procedimento giudiziario si conclude con un nulla di fatto.
Mi pare che stia a questa punto la chiave di volta del romanzo. Hein racconta un processo sociale che erode la coscienza civile dei cittadini; si può fare affidamento sul sistema-legge, rinunciando alla vendetta privata e affidandosi alla giustizia dello Stato? Nel romanzo il sistema giudiziario non è in grado di garantire la sicurezza di Willenbrock, si dichiara impotente di fronte a sfide nuove (nuove?) come quelle che vengono da Est. Le soluzioni proposte dalla vox populi sono nell'area della destra estrema: "Ogni settimana abbiamo un caso come il suo", gli dice il dottore che lo cura dopo l'aggressione. "Si dovrebbero costruire dei muri. Muri dappertutto, gli esseri umani vanno trattati solo così. Un muro intorno alla Germania, intorno ad ogni paese. […] Anche le bestie feroci sono tenute in gabbia". Un falegname del Meclemburgo afferma la necessità di "lager di lavoro, come sotto Adolf" per "quelli là". Ma il problema vero, per Hein, non sembra essere il fatto che "la Siberia adesso comincia appena fuori dalla porta", come dice una coppia di Berlino, quanto la sete di giustizia sommaria, le facili soluzioni forcaiole di tanta parte della popolazione, come il tassista che gli mostra la sua "assicurazione contro i furti": una pistola.
Anche Willenbrock ad un certo punto si trova in mano un revolver, offertagli da uno dei personaggi più inquietanti del romanzo, il dottor Krilov. Ex burocrate sovietico, ha sfruttato a suo vantaggio la situazione di disfacimento del suo paese per arricchirsi con metodi extralegali, pur dichiarandosi estimatore del senso dello stato che si respira nella Germania unita. Il suo atteggiamento è al contempo amichevole ed autoritario; dopo aver inutilmente proposto al tedesco di far dare una lezione agli aggressori della casa di campagna (per un curioso senso dell'onore, dato che questi vengono dalla sua città, Mosca) lo convince a prendere la luccicante Smith & Wesson 586 che gli offre, "un'arma da fuoco letale, pericolosissima e micidiale, la cui sola detenzione era perseguibile per legge". Willenbrock l'accetta malvolentieri, ma finisce per affezionarcisi: il revolver diviene a poco a poco centrale nel suo mondo, struttura i suoi pensieri, regalandogli un senso di sicurezza che va oltre il desiderio narcisistico di invulnerabilità; e lo userà contro un ladruncolo che armeggia con la sua auto. Willenbrock è ormai fuori dal sistema-legge. La cosa interessante è che nulla nella sua storia individuale fa presagire una sua inclinazione alla giustizia privata. Svolge il suo servizio militare nella DDR nel genio, per non dover usare armi; rifiuta categoricamente le facili soluzioni da picchiatori offerte da Krilov, e solo con grande esitazione accetta da lui il revolver. Ma nella sua coscienza avviene a poco a poco quel processo erosivo, causato da minacce vere e immaginarie, per cui la tentazione della giustizia sommaria prende il posto della lealtà allo stato di diritto. In qualche modo, Hein sembra voler dire che questo processo è interno alla civiltà occidentale, incapace di esprimere uno stato di diritto che sia veramente tale. L'ex ingegnere socialista, con la sua pistola in mano, è entrato a pieno titolo nel wild, wild west.
In Willenbrock vengono anche ripresi fili come quello dell'alienazione dei rapporti umani, descritta nella bellissima novella L'amico estraneo (1983, tr. it. di F. Cambi, ed e/o 1987, pp. 173), che riletta oggi da il senso di una estraneazione che solo marginalmente ha a che vedere con la situazione della DDR; o il senso del passato come momento imprescindibile della coscienza. Neppure Willenbrock, uomo che si vuole radicare del tutto nel presente, riesce a sfuggire ai fantasmi che ritornano dal suo passato e da quello tedesco. La scrittura di Hein si conferma capace di scandagliare, nel suo stile asciutto, le profondità di esseri umani che vivono intensamente dentro al loro tempo.

Alias, 24 novembre 2001


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