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Recensioni


JOSÉ ORTEGA Y GASSET, Goethe, trad. dallo spagnolo di Anna Benvenuti, p. 94, € 11,50, Medusa, Milano 2003

"C'è un solo modo per salvare il classico: usarlo per la nostra salvezza senza riguardo". Con questo spirito José Ortega y Gasset si accosta alla figura di Goethe, inanellando nei quattro saggi a lui dedicati una serie di provocazioni che, sconvolgendo l'immagine olimpica che la storia ci ha trasmesso del "principe dei poeti", tenta di recuperarne l'eredità più autentica. Cosa sarebbe stato Goethe senza Weimar? si chiede Ortega nel primo saggio, quella Lettera a un tedesco comparsa per la prima volta sulla Neue Rundschau nel 1932. "Weimar è il peggior mal entendu della storia letteraria tedesca, forse ciò che le ha impedito di essere la prima letteratura del mondo". Il filosofo spagnolo immagina quanto sarebbe stata stimolata la creatività di Goethe se solo egli si fosse trovato in un ambiente meno isolato e protetto: "un Goethe errabondo, esposto alle intemperie, con la dote materiale - economica e sociale - incerta, senza scaffali ben ordinati, ricolmi di cartellette con incisioni; come dire: l'opposto di un Goethe prigioniero per venticinque anni nella luce asettica di Weimar e magicamente disseccato a Geheimrat". La vita infatti, spiega Ortega, è la pressione che noi esercitiamo sul mondo, e a sua volta è stimolata dalla pressione che questo esercita su di noi: "Che delizia sarebbe stata per l'umanità un Goethe insicuro, oppresso dall'ambiente, costretto a trasudare le sue favolose potenzialità intime!" Dello stesso tenore sono gli interventi che seguono, straordinariamente compatti anche se scritti a distanza di anni: Goethe, il liberatore (1932), Su un Goethe bicentenario (1949) e Goethe senza Weimar (1949). In realtà questo libello non è tanto utile al germanista quanto a chiunque cerchi risposte al problema dell'esistenza, all'interrogativo tolstojano del "come devo vivere"? Sembra infatti che la figura di Goethe funzioni per l'autore della Ribellione della masse come un catalizzatore, stimolandolo ad esporre la propria concezione della vita e a confrontarsi col classico da uomo a uomo, quasi corpo a corpo. A suo parere il principale merito di Goethe è quello di aver ammesso per primo che "l'autentico essere di ogni uomo non è la realtà che lo costituisce, ma un progetto irreale che si sente impegnato a realizzare - quindi che ciascuno è propriamente non un factum bensì un faciendum; non una cosa, bensì un'impresa". Per questo motivo Goethe è anche il primo a ribellarsi al culto della cultura, così caratteristico della modernità, e a cercare in essa non un appagamento, ma ciò che effettivamente può servire alla salvezza dell'uomo. Un libretto prezioso, questo che Medusa ci presenta in una traduzione generalmente buona ma poco attenta alle citazioni in tedesco, più volte storpiate da refusi (p. 32, 60, 71, 91). Solo un suggerimento: lasciare la prefazione di Stefano Zecchi a fine lettura. Più che di un'introduzione ha infatti il sapore di una replica, preoccupata com'è di ristabilire l'olimpicità del Maestro, senza risparmiare ironiche bacchettate a chi è stato così irriverente da permettersi di turbarla.

tratto da: "L'Indice" maggio 2004
autore: Michele Sisto


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