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Recensioni

tratto da "L'Indice", novembre 2003

Er oder Ich di Sten Nadolny

Sten Nadolny, Lui o io, ed.orig. 1999, trad.dal ted. di Giovanna Agabio, Garzanti, Milano 2003, pp.170, euro 13.

Chi volesse misurare il declino del personaggio protagonista nella prosa di Nadolny - ma lo stesso vale per tanta narrativa europea sul finire del Novecento - può confrontare il suo primo racconto del 1981 Netzkarte (Biglietto aperto, Einaudi, 1996 ) con Er oder Ich, il romanzo del 1999 ora tradotto grazie a Giovanna Agabio. A quasi vent'anni di distanza, l'autore riprende il suo Ole Reuter in versione adulta. Quel fragile ragazzo appena laureato, in fuga sulle ferrovie tedesche da un'esistenza borghese, è ora un maturo e pingue consultant - nella nuova Germania l'inglese è d'obbligo - esperto strategico di "clienti importanti nell'ambito dell'economia e della politica", in viaggio attraverso il paese. Tutti e due scrivono. Ma mentre dagli appunti del primo il lettore ancora intavedeva paesaggi, volti e immagini di una provincia tedesca negli anni Settanta, il Reuter adulto, afflosciato su se stesso, usa la penna per escludere una Germania che è ormai slogan commerciale, simulacro di una realtà perduta. Tra l'io e il mondo Nadolny sceglie rigorosamente l'io. Sicché dai quaderni di Reuter veniamo a conoscenza di dolori alle ginocchia, quesiti esistenziali, forme varie di pavor nocturnus, magri azzardi erotici e sviste senili. Qualche volta si sorride: "Dovetti tornare indietro un'altra volta perché avevo dimenticato i preservativi. Presto dimenticherò a che cosa servono". Già, ma tutto qui? Forse no, perché Nadolny, che sul romanzo postmoderno ha anche teorizzato con un saggio d'impronta cibernetica, intitolato Romanzo o vita?, monta una struttura narrativa multipla, a cominciare dall'alternanza tra prima e terza persona indicata nel titolo. Sicchè accanto ad un Io sfatto e introspettivo c'è un Lui oggettivo e distaccato, che osserva ironico quel "grassone" nervoso e spaventato che scorazza in treno per la Germania. Io e Lui sono, leggiamo, "due reti: con l'una si pescano molti pesci piccoli, con l'altra pochi e grossi". Ora però, malgrado i molti artifici citazionali di Nadolny, che non solo ammicca al Faust di Goethe inserendo angeli e demoni, ma anche rievoca eventi del primo racconto (e qualcuno riconoscerà quel passo discusso con l'autore, nel 1996 a Torino), malgrado questo, dicevo, di pesci grossi se ne vedono pochi. C'è un gran movimento ferroviario in questo romanzo e tuttavia l'esperienza di Reuter è sempre ripetizione, verbosità inconcludente che dissolve l'identità del reale togliendo alla storia qualsiasi significato o direzione. Una scrittura senza furore, s'intende, ma piuttosto nel segno di una sommessa ironia. Il mondo è una messa in scena, il protagonista un individuo in fuga nell'alcol. Le vecchie stazioni sono relitti di un tempo scomparso, invece degli sportelli "c'è solo un cartello che rimanda al call-center della Ferrovia tedesca s.p.a". Tutto diventa plurale e replicato, anche la stessa vista inganna, la lettura genera equivoci e allora, sempre più ripiegato su di sé , Reuter si limita ad osservare le immagini che si formano nella "parte interna delle palpebre". Immagini che "prima o poi gli dicono tutto" e che "una lieve pressione del braccio rende sempre più colorate". Alla fine, immoto e delirante, Reuter approda immemore in ospedale. Siamo al "Lost&Found" delle due voci narranti, allo smantellamento totale del personaggio. Reuter tornerà a casa - ma per uscire dal testo: di lui non resterà che un referto medico e il convenzionale "epilogo dell'autore" che pubblica i suoi appunti.
In Romanzo o vita? Nadolny apre dicendo che il bello della sua professione è inventare il titolo, il resto viene da sé, trainato dal processo della scrittura. Sarà - ma qui il meccanismo Lui-o-Io mostra la corda. E a questo punto il lettore sente una certa nostalgia per i grandi romanzi del primo Nadolny, dalla Scoperta della lentezza a Selim, ovvero il dono della parola - testi in cui i protagonisti avevano ancora una ragione, una fame insaziabile di vita. Meno solipsismo, insomma, ma certo qualche emozione in più.

p.s. La scrittrice tedesca ripetutamente nominata nel romanzo è Daniela Dahn - Dahns è il genitivo!

Anna Chiarloni


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