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Recensioni

di Michele Sisto


Magda MARTINI, La cultura all'ombra del muro. Relazioni culturali tra Italia e Ddr (1949-1989), Bologna, Il Mulino, 2007, 464 p.
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C'è la Ddr della Stasi, dei ritratti di Ulbricht e Honecker alle pareti degli uffici, del muro e delle sue oltre 200 vittime: il paese al quale decine di migliaia di cittadini scelsero di voltare le spalle nell'estate del 1989, consegnando alla storia un verdetto di condanna inequivocabile. Ma c'è anche un'altra Ddr, quella della cultura, che è tutt'una con la prima ma presenta un volto decisamente meno rigido, a suo modo affascinante, ricco di espressioni: Brecht e il Berliner Ensemble, la prosa di Christa Wolf, la Frauenliteratur di Maxie Wander e Irmtraud Morgner, il teatro postbrechtiano e metallico di Heiner Müller, l'utopia alternativa di Rudolf Bahro e quella ecosocialista di Robert Havemann, la musica di Paul Dessau e Hanns Eisler, la psichedelia socialista del film Die Legende von Paul und Paula. È la Ddr a cui oggi fa appello la "ostalgia" di film come Goodbye, Lenin!, la Ddr che ci è restituita, in certi aspetti, nella puntigliosa attenzione ai dettaglio del recente Le vite degli altri: un luogo dove, pur sotto pesanti ipoteche, si è sperimentata un'organizzazione alternativa dei rapporti economici, sociali e culturali.
Sebbene la storia abbia decretato il fallimento di questo esperimento nel suo complesso, sarebbe ingiusto liquidare come nulli anche i suoi risultati parziali, soprattutto oggi quando, a quasi vent'anni dalle celebrazioni della "fine della storia", il modello occidentale sembra oltremodo bisognoso di correttivi. Da almeno cinque anni del resto la storiografia tedesca ha smesso di considerare la Ddr come una parentesi nella storia tedesca e tenta di integrarne l'eredità nella nuova identità nazionale.
Fino al 1989 numerosi intellettuali italiani, pur illudendosi sempre meno che la Ddr potesse rappresentare un'alternativa preferibile alla Repubblica Federale (il ponderato scetticismo dell'intellighenzia comunista data almeno dal saggio-reportage di Cesare Cases su Alcune vicende e problemi della cultura nella Rdt, pubblicato nel 1958), hanno manifestato interesse per vari aspetti della cultura tedesco-orientale. Non solo per letteratura, cinema e musica, ma anche per la tutela sociale, la codificazione del diritto familiare, il sistema scolastico, la pianificazione urbanistica. Viceversa, personaggi e istituzioni tedesco-orientali hanno mostrato grande attenzione per la cultura italiana, da Michelangelo a Dario Fo.
Il libro di Magda Martini, nato da un dottorato di ricerca all'Università di Siena e pubblicato ora dal Mulino nella collana del Centro per gli studi storici italo-germanici in Trento, mantiene quel che promette nel titolo: è infatti un'imponente ricostruzione - basata su materiali d'archivio originali, interviste e una vasta bibliografia - di quarant'anni di scambi culturali, sviluppatisi spesso lungo percorsi tortuosi e imprevedibili.
Dopo tre capitoli di carattere introduttivo (relazioni politiche tra i due paesi, rapporto tra cultura e potere nella Ddr, funzionamento della censura) si entra nel vivo della trattazione (pp. 83-321), che segue minuziosamente, quasi anno per anno, il modificarsi dei delicati equilibri politici e dei canali di scambio tra i due paesi. La narrazione è spesso avvincente: ha i suoi protagonisti, i suoi leitmotiv, i suoi colpi di scena.
All'inizio della storia troviamo due "pionieri", Gabriele Mucchi e Cesare Cases: due personalità molto diverse che aprono la strada ad atteggiamenti altrettanto diversi nei confronti dello stato tedesco-orientale. Nello stesso anno, il 1956, Mucchi (1899-1993) si stabilisce a Berlino Est, per insegnare pittura alla Scuola d'arte, vi prende moglie e rimane fino alla sua morte orgoglioso cittadino della Deutsche Demokratische Republik; Cases (1920-2005) trascorre invece un semestre come lettore d'italiano a Lipsia e in seguito a questa esperienza pubblica su "Nuovi Argomenti" il già citato saggio, tutt'altro che tenero, sulla cultura nella Ddr.
Tra gli altri italiani che a partire dagli anni Cinquanta si legano a personalità della cultura tedesco-orientale troviamo Luigi Nono, amico e corrispondente di Paul Dessau, Giorgio Strehler, legato da un sodalizio artistico con Brecht e il Berliner Ensemble, e Lucio Lombardo-Radice, politicamente e umanamente vicino allo scienziato dissidente Robert Havemann.
Il principale attore negli scambi culturali tra i due paesi è tuttavia il Centro Thomas Mann di Roma, che a partire dal 1957 organizza mostre, convegni, concerti, proiezioni, viaggi e altre attività fino alla sua repentina chiusura nel 1989. Il Centro, alla cui presidenza si avvicendano Antonio Banfi, Ranuccio Bianchi-Bandinelli, Franco Antonicelli e Stefano Rodotà, può contare su collaboratori quali Paolo Chiarini, Mazzino Montinari, Galvano della Volpe, Enzo Paci, Fedele d'Amico, Paolo Grassi e molti altri. Sebbene sia economicamente sostenuto dal governo tedesco-orientale e dal Pci, dimostra una relativa indipendenza politica, rifiutandosi di svolgere una mera attività di propaganda, e verso la metà degli anni '60 si afferma come agguerrito concorrente del Goethe Institut, l'analoga istituzione finanziata dal governo tedesco-federale.
Adottando come asse narrativo la storia del Centro Thomas Mann, di cui ha potuto esaminare l'archivio, Magda Martini ricostruisce una vicenda di avvicinamenti e prese di distanza, alleanze e dissensi, che si annodano intorno a date emblematiche: la costruzione del muro di Berlino nel 1961, la polemica sulle tesi antistaliniste di Havemann nel 1965, il riconoscimento della Ddr da parte dello stato italiano nel 1973, l'espulsione dalla Ddr del cantautore Wolf Biermann nel 1976. È la storia, in estrema sintesi, di un progressivo disincanto, che conduce gli intellettuali italiani ad accettare sempre meno la politica culturale delle istituzioni tedesco-orientali e a spostare sempre più la propria attenzione sui fattori di critica e di dissenso. Anche per questo, a partire almeno dal 1968, la percezione italiana della cultura tedesco-orientale risulta paradossalmente distorta in senso positivo: musicisti, produttori ed editori importano infatti quanto di meglio si produca nella Ddr, trascurando le cose più grigie; e questo non solo per ragioni politico-ideologiche, che si fanno sempre meno stringenti, ma soprattutto per ragioni specifiche, estetiche.
Gli ultimi due capitoli, dedicati alla "Ricezione culturale e immagine reciproca", descrivono i meccanismi di selezione dei prodotti culturali operanti nella Ddr e in Italia. Nel caso della Ddr entra in gioco naturalmente la censura, di cui qui tuttavia viene rilevato un aspetto non sempre tenuto in debita considerazione: "Gli addetti alla censura nella maggior parte dei casi non analizzavano le opere italiane per bloccare la loro strada nella Ddr: essi lavoravano anzi per trovare film, opere e libri che ritenevano utili o perlomeno adeguati alla politica culturale tedesco-orientale ed era nel corso di questa ricerca che 'rifiutavano' tutto ciò che non si confaceva alla Ddr". Nel caso della letteratura, ad esempio, il "censore" svolgeva nella Ddr la stessa attività che in una casa editrice italiana svolgevano il "lettore" e l'"editor": presentare un libro, il suo autore, individuare il pubblico potenziale, intervenire sul testo per adeguarlo agli standard di produzione correnti. Quello che cambia sono i criteri di selezione, che nel caso della Ddr erano quasi esclusivamente politico-ideologici e, naturalmente, il fatto che tutte le case editrici orientali fossero controllate dallo stato. Ciononostante molti autori del Novecento italiano poterono essere tradotti, con una netta predilezione per il neorealismo e per gli scrittori einaudiani: Pavese, Vittorini, Carlo Levi, Calvino, Pratolini, Moravia, Sciascia, Pasolini, Buzzati, Eduardo de Filippo e nel 1985 anche Umberto Eco con Il nome della rosa. Senz'altro più variegata, sebbene quantitativamente più modesta, la ricezione della letteratura tedesco-orientale in Italia, che la Martini sintetizza in pagine assai brillanti.
Uno dei meriti maggiori del libro è il paziente lavoro di ricostruzione dei contesti storico-politici e del loro mutare nel tempo: questo permette di comprendere la logica di prese di posizione che a posteriori possono apparire erronee o cieche, mentre nel clima della guerra fredda erano il risultato di complesse mediazioni tra gli equilibri interni dei due paesi in questione e quelli internazionali. È continuo lo sforzo dell'autrice di aggirare categorie invalse come "regime" e "dittatura", che possiedono un'indubbia utilità descrittiva in ambito politico ma si rivelano pregiudiziali e fuorvianti in quello dei rapporti culturali. Così come viene concesso poco o nulla alla curiosità spesso morbosa per la Stasi e l'apparato di controllo, che qui rimane sullo sfondo: anche perché la sorveglianza sugli intellettuali italiani in visita nella Ddr o sui loro rapporti con intellettuali tedeschi evidentemente non rientrava tra le priorità dei servizi segreti.
Al contrario, la scrittura pacata della Martini, con la sua reticenza ad emettere giudizi a posteriori, permette al lettore di osservare tutta la varietà delle pratiche che presiedevano alle relazioni culturali tra i due paesi e di valutare il peso effettivo di logiche simboliche quali l'appello all'antifascismo o alla "solidarietà critica". Non si tratta di stabilire chi fossero i buoni e chi i cattivi, o di giudicare se gli intellettuali italiani che favorivano i contatti con la Ddr fossero "orribili", come scrive Pierluigi Battista in un breve commento sul "Corriere della Sera", perché il loro atteggiamento avrebbe implicitamente legittimato la prassi repressiva del potere nella Germania comunista. Queste sono polemiche nostrane, non del tutto prive d'interesse, nonché di un loro effetto salutare, se riferite al dibattito politico corrente, ma che da un punto di vista storiografico non possono non apparire come scaramucce di retroguardia.
Il libro della Martini fa altro: applica a un passato recente, che ancora suscita passioni intense e contrapposte, lo sguardo oggettivante della storiografia. In questo senso svolge un'opera pionieristica in ambito italiano dove, salvo rare eccezioni, la riflessione sul passato della Ddr è ancora limitata alla memorialistica e alle cronache giornalistiche. Questa panoramica delle relazioni culturali tra Italia e Ddr offre dunque alcune prime, solide acquisizioni storiografiche, che mettono utilmente in questione luoghi comuni di lungo corso.
La principale risiede probabilmente nell'aver messo in rilievo l'asimmetria che caratterizzava le relazioni culturali tra i due paesi: se nella Ddr erano soprattutto le istituzioni a cercare e gestire i contatti con la cultura italiana, in Italia erano soprattutto singoli intellettuali o piccoli gruppi a interessarsi alla Germania orientale, mentre le istituzioni si mostravano nel migliore dei casi indifferenti, spesso ostili. Per un lungo periodo, è opportuno ricordarlo, la censura ha avuto un ruolo primario non solo nel sistema culturale della Ddr ma anche in quello italiano, e fu il governo del nostro paese a negare, nel 1951, il visto d'ingresso a Brecht e alla sua compagnia teatrale, attesi alla Biennale di Venezia.
Non suonerà dunque provocatoria, ma il risultato di una ponderata analisi di lungo periodo l'osservazione con cui si conclude il volume: "almeno dal punto di vista quantitativo, paradossalmente, le intenzioni propagandistiche della totalitaria Ddr favorirono maggiormente la costruzione di relazioni culturali di quanto non fecero la diffidenza e il disinteresse mostrati dal più liberale governo italiano".

Michele Sisto

Indice del volume

Parte prima: Scambi e relazioni culturali
1. Le relazioni tra Italia e DDR nel contesto internazionale
2. Caratteristiche e sviluppo del rapporto tra cultura e potere nella DDR
3. Tra politica, ideologia e cultura
4. Le basi delle relazioni culturali tra Italia e DDR negli anni Cinquanta
5. Dalla collaborazione alla solidarietà critica (1961-1964)
6. Tra la normalizzazione e la nascita del dissenso (1965-1969)
7. La cultura tra i due paesi negli anni del riconoscimento italiano della DDR (1970-1975)
8. Il dissenso tedesco-orientale e le relazioni culturali tra Italia e DDR (1976-1980)
9. Verso l'epilogo: gli anni Ottanta

Parte seconda: Ricezione culturale e immagine reciproca
1. La ricezione della cultura italiana nella DDR
2. Le DDR e la cultura tedesco-orientale in Italia

Conclusioni

Appendice
1. L'espulsione di Wolf Biermann e l'Italia
2. "Il vostro dramma è il mio dramma". Gabriele Mucchi e la fine della DDR


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