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Recensioni


Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas, a cura di Hermann Dorowin, trad. dal tedesco di Paola Capriolo, con testo a fronte, pp. 270, Euro 15, Marsilio, Venezia, 2003

Perché una nuova traduzione del Kohlhaas? Il maggiore degli otto racconti di Kleist, in cui si narra la paradossale vicenda di un uomo che per avere giustizia arriva a farsi "brigante ed assassino" ribellandosi all'autorità dello stato, è già stato presentato ai lettori italiani in una buona dozzina di versioni, a partire dalla classica di Ervino Pocar, datata 1922. Ma quella di Paola Capriolo, scrittrice, oltre che traduttrice di Kafka e Goethe, è animata da un'intenzione intelligente ed originale: restituire al testo, pubblicato nel 1810, la sua sconcertante modernità. Ogni scelta è orientata in questo senso, dalla resa della convulsa sintassi kleistiana al mantenimento di nomi e toponimi in lingua tedesca; ma la novità più efficace (un vero e proprio "uovo di Colombo") sta nella stessa disposizione del testo, inconsuetamente fedele all'originale: "La vicenda del mercante di cavalli Michael Kohlhaas - scrive la Capriolo, con acuto senso della metafora - è narrata al ritmo di un galoppo incessante: nessuna divisione in capitoli o paragrafi interrompe l'incalzare della narrazione, e persino gli "a capo" sono rarissimi, quasi che tra una scena e l'altra Kleist non volesse concedere al lettore il tempo di prendere fiato". Scomparse dunque le virgolette dei dialoghi (di cui Kleist fa un uso discontinuo) e i molti "a capo" arbitrari dovuti al gusto dei traduttori, ci si trova di fronte a pagine compatte e fluenti, che richiamano alla mente quelle di un Thomas Bernhard.
Sulla modernità del Kohlhaas si sofferma anche Hermann Dorowin, che nella suggestiva introduzione ne ripercorre l'alterna fortuna: da Goethe, che lo detestava, a Kafka, che al contrario affermava di non conoscere opera più perfetta, tanto da compiacersi di recitarla in pubblico. La chiave di questa modernità, definita inquietante, è da ricercarsi, secondo Dorowin, nella fondamentale duplicità del testo, che ammette, anzi induce sia una lettura storico-politica che una lettura "metastorica": Kohlhaas è il borghese del Rinascimento, che leso nei suoi diritti si rivolta contro l'ordine costituito trasformandosi in "terrorista" e capo di una sedizione antiaristocratica ; ma è anche, al tempo stesso, l'individuo leso nel suo equilibrio dalla contraddittorietà del mondo, che reagisce con "lucida follia" nell'urgenza, tutta istintiva, di ripristinare ad ogni costo la propria integrità. Bifronte è anche l'atteggiamento di Kleist, che prende parte ora in favore ora contro il suo personaggio, anticipando così di quasi un secolo la disgregazione della figura del narratore.
Tutto questo fa sì che non ci sia nulla di innaturale, ma anzi di avvincente, nel ritrovare con questa edizione (corredata da commento, nota biografica e bibliografica, e da alcune essenziali notizie sulle fonti storiche del racconto e sulla sua stesura) un Kohlhaas, che senza essere meno kleistiano, è così sorprendentemente novecentesco.

tratto da: "L'Indice" ottobre 2003
autore: Michele Sisto


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