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Recensioni

Michele Sisto

WILHELM GENAZINO, Il collaudatore di scarpe, ed. orig. 2001, trad. dal tedesco di Riccardo Cravero, pp. 168, 12,50, Guanda, Milano, 2003

In realtà il titolo avrebbe dovuto suonare pressappoco come "Un ombrello per questa giornata" (Ein Regenschirm für diesen Tag), ma la traduzione italiana vuole evidentemente richiamare un fortunato romanzo di Jens Sparschuh: Il venditore di fontane (1995), pubblicato in Italia da Le Lettere nel 2000. Un libro mediocre ma spiritoso, che con questo ha numerose affinità: in particolare un protagonista più che trentenne, paranoico e calato in un mondo assurdo, che ottiene sempre il contrario di ciò che intende, e che quando sembra aver perso ormai tutto, la donna, il lavoro, il successo, ritrova per puro caso ed inaspettatamente ogni cosa: una donna, un lavoro, successo. Se in Sparschuh questa parabola grottesca produceva spunti di indubbia comicità, poiché collocata sullo sfondo degli sconvolgimenti sociali prodotti dalla riunificazione tedesca, in Genazino anche l'aspetto comico cade nel vuoto. Tutto sa di già letto, banale, noioso. Gran parte del testo si riduce alla notazione paratattica di ciò che l'anonimo protagonista osserva durante il suo bighellonare per la città :"Due scolari fermi davanti a una colonna per le affissioni... Ancora una volta due rondini... Due barboni sdraiati per terra... Poco dopo ho notato uno schizzo di ketchup sulla punta della mia scarpa destra..." E così per pagine e pagine, senza un nesso, senza costruzione, tanto che alla lunga non la comicità ma il ridicolo è il risultato di questa scrittura ripetitiva e asfittica.
E tuttavia il romanzo di Genazino ha riscosso un buon successo in Germania, e l'autore (nato a Mannheim, classe 1943) è stato insignito quest'anno del prestigioso premio Fontane. Come spiegarsi questo favore per un libro così insipido? Probabilmente il pubblico tedesco, e penso in particolare alla fascia dei trentenni, tende a riconoscersi nel malinconico spaesamento dei venditori di fontane e dei collaudatori di scarpe, e nella loro visione della società come un meccanismo inafferrabile e apparentemente senza significato, un vuoto di senso; e ciò a prescindere dalla qualità dei testi. In libreria si può incappare in Nick Hornby così come in Wilhelm Genazino.
Dopo Il collaudatore di scarpe mi è capitato di leggere Georg di Sigfried Kracauer, scritto nel 1934 (ma pubblicato solo nel '74, e in Italia da Einaudi nell'85). Anche a Georg, protagonista del romanzo, le cose vanno inspiegabilmente a rovescio: quando teme di aver scritto un articolo completamente sbagliato per il suo giornale riceve dal direttore i complimenti per aver "fiutato" le mutate circostanze politiche; quando invece cerca di dire la verità, mantenendosi fedele alle proprie opinioni, viene licenziato. La sua parabola è rovesciata rispetto a quella del collaudatore, ma lo sfondo è molto simile: una società, quella della Repubblica di Weimar come quella attuale, che sembra aver perso ogni logica, ogni comprensibilità. Georg però reagisce allo smarrimento, cerca "un punto fermo", "qualcosa in cui credere", che sia l'amore, la religione o la politica; anche se è destinato a fallire. Di qui la spietata lucidità della narrazione di Kracauer, la scintillante satira della società weimariana, la profonda indagine della natura umana e della società. Un libro che davvero dà da riflettere.
Il "collaudatore" di Genazino invece non solo non s'arrischia a interrogare il suo tempo, ma non ne sente nemmeno il bisogno: si lascia cullare nel proprio accertato (ed accettato) fallimento finché, prima o poi, questo non si rovesci in un successo. Una strenua fedeltà a sé stessi infine premiata? No, piuttosto, si direbbe, una compiaciuta indolenza. E chi garantisce, peraltro, che il successo ottenuto per caso non si rovesci nuovamente in fallimento? Il protagonista non conosce alcuno sviluppo: il senso di immobilità è agghiacciante. Girando l'ultima pagina del romanzo si ha la spiacevole sensazione di aver perduto del tempo. La conciliante morale del collaudatore di scarpe del resto la conoscevamo già; assomiglia alle pacche che gli "amici" ti danno sulle spalle quando sei messo male: "Dài, non ti preoccupare, ché quando meno te l'aspetti..."

tratto da: "L'Indice", aprile 2004
Michele Sisto


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