:: pubblicazioni recenti
«« torna all'indice

Recensioni

Massimo Bonifazio

Dürrenmatt uguale Frisch - La corrispondenza fra Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt

Lo sfondo, naturalmente, è la Svizzera, da sempre esclusa dalla storia e ancora di più dopo aver attraversato indenne la seconda guerra mondiale, una Svizzera che mantiene intatto il sogno dell'idillio alpino patriarcale, pur facendo le prove generali per la razionalità «disumanata» e «reificata» del capitalismo, come l'ha chiamata Cesare Cases (Saggi e note di letteratura tedesca, Einaudi 1963). Quella Svizzera che presto si diffonderà nell'intera Europa e troverà nelle banche elvetiche le sue roccaforti.

Della guerra gli svizzeri sperimentano "solo" la paura nel sentire i bombardieri alleati diretti verso la Germania volare sopra le proprie case e la mobilitazione preventiva alle frontiere – del resto inutile, in caso di attacco tedesco. A questa mobilitazione partecipa anche un architetto zurighese, classe 1911, che nel 1947 scriverà una lettera di elogio al figlio di un pastore protestante di Berna, ancora studente (ha dieci anni meno di lui), per una sua commedia non ancora rappresentata di cui ha letto le bozze. L'architetto, ormai scrittore affermato, è Max Frisch; il ragazzo è Friedrich Dürrenmatt e la commedia è Es steht geschrieben (Sta scritto). Con questa lettera, che apre la corrispondenza fra i due (a cura e con un saggio di Peter Rüedi, edizione italiana a cura di Anna Ruchat, Ed. Casagrande, pp. 224, £. 32.000), inizia un rapporto che durerà fino alla morte, fra slanci di ammirazione e aspri risentimenti, fra idiosincrasie e progetti di collaborazione. Fin dagli anni '50 vengono citati in coppia, cosa che disturba entrambi, come dirà Max Frisch nel 1961 durante un'intervista: «in effetti siamo amici, ma per colmo di sventura siamo anche condannati ad essere amici». «Condannati» dal pubblico, dai colleghi e dall'establishment culturale di lingua tedesca che nei due vedono prima dei critici della cosiddetta ricostruzione culturale tedesca, non inquinati da ideologie o da appartenenze politiche, e poi la coppia di autori di successo mondiale, uniti per il semplice fatto di essere entrambi svizzeri.

Il carteggio fra i due è scarno, discontinuo, un «reperto archeologico», secondo Peter Rüedi, da cui ricavare il non detto in mezzo al (poco) detto, per ricostruire il rapporto intercorso fra i due: un’ amicizia che conosce il sospetto, l'accusa, la riconciliazione. Troppo diversi i caratteri, gli atteggiamenti, persino lo stile. Da un lato c'è Frisch, il riservato architetto cosmopolita con il suo amore per una scrittura diaristica dal dettato teso e asciutto che riesca a conciliare l'immediatezza dell'espressione con la cura della forma. E’lo stesso «amore per la geometria» - così recita il sottotitolo al suo dramma Don Giovanni – che ritroviamo nei romanzi, come nel già citato Stiller, o in Homo Faber. Perché Frisch è ossessionato dai problemi dell'identità, del razionalismo e dei rapporti fra uomini e donne, è un «umanista scettico» come gli piace definirsi: «Lo scetticismo è la levatrice di una solida illuminazione e conoscenza… Un essere umano che sia scettico nei confronti di se stesso è di un grado più umano» dice in un'intervista.

Dall'altro lato c'è l'esuberante Dürrenmatt nel suo esilio linguistico di Neuchâtel, il filosofo dall'eloquio sarcastico che tende a sopraffare sempre l'interlocutore, capace di feroci e impietose punzecchiature, che nel matrimonio vede una «possibilità religiosa» e non capisce le separazioni di Frisch da Trudy von Mayenburg e Marianne Oellers, né le sue «storie di donne» (che peraltro tende ad esagerare). La scrittura di Dürrenmatt ha sempre un «fondamento cristiano», come lo chiama Frisch, o comunque religioso nella sua ansia di cercare risposte alle domande sulla Grazia e sulla Giustizia, per il tramite di un grottesco che sfiora sempre l'eccessivo, così distante dalla misura dell'altro.

E invece molto hanno in comune. C'è la polemica contro quella curiosa miscela tutta svizzera di provincialismo da Alpenidylle e cieco capitalismo selvaggio, che l'"opinione pubblica" rimprovera più a Frisch – «nemico numero uno dello Stato» – che al «buffone di corte» Dürrenmatt, espressa in discorsi pubblici e opere letterarie come Andorra (Frisch, 1961) e Frank der Fünfte (Frank V, Dürrenmatt 1959); c'è la problematica degli Urmythen elvetici, come quello di Guglielmo Tell, che Frisch smonta nel suo Wilhelm Tell für die Schulen (Gugliemo Tell per le scuole); c'è il razionalismo, anche tecnologico, a cui si faceva cenno prima, che da un lato porta all'apocalisse nucleare come nei Physiker (I fisici, 1962) di Dürrenmatt: «O noi scienziati ci facciamo rinchiudere in manicomio, o sarà il mondo a diventare un manicomio», e dall'altro si scontra con il destino irrazionale della vita e dei rapporti umani, come accade nel romanzo Homo Faber, dove l'uomo della tecnica, il calcolatore privo di fantasia, viene schiacciato dal destino e dai rapporti affettivi. C'è poi l'ironia sull'ubriacatura consumista del boom economico; l'opera teatrale Der Besuch der alten Dame (Dürrenmatt, La visita della vecchia signora, 1956), tratta (anche) di questo, tant'è vero che il suo primo sottotitolo doveva essere Commedia dell'alta congiuntura. Claire Zachanassian, la «vecchia signora», compra la coscienza di un intero paese, Güllen, convincendo a poco a poco i suoi ex-concittadini ad uccidere il suo innamorato di un tempo, che abbandonandola l'ha avviata alla prostituzione, per la spropositata somma di un miliardo: «Il mondo mi ha reso puttana, e io lo trasformo in bordello». Facile vedere in Güllen e nei suoi abitanti la fame di ascesa sociale ad ogni costo, il desiderio di accesso ai lustrini del capitalismo dell'Europa postbellica, espresso in pacificati toni sofoclei dal coro finale, che trova giustificazioni morali ad ogni azione che avvicini al benessere. C'è, ancora, l'alienazione dell'individuo contemporaneo, incapace di trovare una misura propria e una propria identità di fronte alla complessità del mondo, come insegna Stiller: la notazione diaristica, nella sua apparente aderenza alla vita, rileva solo l'alienazione dell'individuo e il suo essere frutto di una serie di cliché imposti dai mass media.

A tutto questo allude il carteggio. Si tratta spesso di note, segnalazioni di cambi di indirizzo, raramente consigli o commenti alle opere dell'altro. Non è certo una delle grandi conversazioni epistolari di lingua tedesca; ma è una testimonianza a tratti commovente – nelle scuse di Frisch per una scenata in un ristorante zurighese dove ha preso a calci il collega, o nella lettera che chiude l'epistolario, dove Dürrenmatt tira le somme del loro rapporto – dell'umanità di due maestri del '900 e delle loro passioni, non solo letterarie e teatrali.

[L'opera in prosa di Friedrich Dürrenmatt è raccolta in un volume Pléiade-Einaudi a cura di Eugenio Bernardi, e un volume analogo per il teatro dovrebbe uscire per la fine dell'anno; invece gran parte delle opere di Max frisch, più disperse e pubblicate principalmente da Einaudi e Feltrinelli, risultano oggi purtroppo introvabili sul mercato].

Tratto da:

Alias - Supplemento culturale de "il manifesto" - sabato 15 settembre 2001



«« torna all'indice
 
 
home | publicazioni | quaderni | bacheca studenti | progetti & materiali | eventi | links
informazioni | suggerisci | contattaci