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Recensioni

Tratto da "Osservatorio critico della germanistica", n. 21 (2004)

Storia della germanistica

PIER CARLO BONTEMPELLI, Storia della germanistica. Dispositivi e istituzioni di un sistema disciplinare, pp. 254, Artemide, Roma 2000; in inglese Knowledge, Power, and Discipline: German Studies and National Identity, trad. di Gabriele Poole, pp. 319, University of Minnesota Press, Minneapolis 2003.

Si legge come un romanzo, la Storia della germanistica di Bontempelli: non perché adotti i modi narrativi della storia romanzata ma, al contrario, perché attenendosi a un metodo scientifico rigoroso e collaudato riesce a raccontare con inconsueta vivacità le contrapposizioni e le tensioni che hanno determinato le alterne vicende di una disciplina nei suoi due secoli di esistenza. Protagonisti di questa storia non sono Lachmann e Grimm, Gervinus e Dilthey, ma la germanistica nel suo complesso, con tutte le sue strategie di affermazione e sopravvivenza, così come I Buddenbrook di Mann non raccontano le vicende di alcuni individui, bensì la "storia di una famiglia". Del resto l'introduzione scritta in occasione della recente traduzione americana del volume non potrebbe essere più chiara: "The purpose of this book is to analyze Germanistik as a disciplinary system. Accordingly, this is not a historical account of representative authors, currents and methods, but a critical history addressing the institutional and exclusionary practices which have constituted and established Germanistik as a discipline".
Il lavoro di Bontempelli si articola in nove capitoli, nei quali sulla scorta dei lavori di Pierre Bourdieu e Michel Foucault, si ripercorrono le numerose lotte che hanno portato la germanistica al suo assetto attuale: quelle tra la l'istanza normalizzatrice di Karl Lachmann e l'istanza liberalizzante di Jacob Grimm, tra la germanistica come "scienza d'opposizione" di Georg Gottfried Gervinus e la Gesitesgeschichte come "apologia dell'esistente" di Wilhelm Dilthey, tra le tendenze restauratrici del secondo dopoguerra e le nuove aperture promosse dal movimento studentesco del '68.
Così scopriamo, ad esempio, che all'avvento del nazismo la germanistica si trova già da tempo concordemente schierata su posizioni reazionarie, nazionaliste, antirepubblicane e razziste del tutto compatibili con l'ideologia hitleriana; ma anche che, nonostante l'assenza di qualsiasi forma di dissenso esplicito, il nazismo trovò nello spirito di casta dei germanisti non poche resistenze all'allineamento della disciplina al proprio programma politico. Soprattutto però scopriamo qualcosa di più impalpabile: i dispositivi di legittimazione e perpetuazione della disciplina, "le norme necessarie per la produzione del discorso scientifico o, in altri termini, le norme necessarie perché al discorso disciplinare [possa] essere attribuito carattere scientifico"; e dunque il linguaggio iniziatico, l'interdizione degli enunciati non legittimati, l'autorità del maestro, l'ethos del lavoro spinto fino all'ascetismo, l'inoculazione dell'habitus accademico attraverso le strutture seminariali, fino alla cooptazione per maggiorasco attraverso il controllo degli ordinari sull'esame di abilitazione.
Cose piuttosto scomode, di cui comprensibilmente in accademia non si parla volentieri; tuttavia non si può ignorare che i processi culturali siano sempre determinati, in parte rilevante, da fattori sociali. Bontempelli, professore di letteratura tedesca all'università di Cassino, scrive dalla posizione di un "esterno" abbastanza vicino alla germanistica tedesca per comprenderne bene e rispettarne i dispositivi e le tradizioni (chissà chi potrebbe, con metodo analogo, scrivere una storia dell'italianistica). Ne risulta una storia tutt'altro che oleografica, e tuttavia lontana dalla semplice e semplificatoria messa sotto accusa di istituzioni e dispositivi spesso rivelatisi autoreferenziali e discriminanti, quando non apertamente regressivi; a dimostrazione del fatto che ricercando non con il dito puntato ma con curiosità e spirito (auto-) critico si può rendere un servizio alla comunità scientifica anche, anzi soprattutto, quando se ne mettono in evidenza i meccanismi interni, tanto più tacitamente accettati quanto più imbarazzanti.

Michele Sisto


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